TERAMO - Purtroppo l’andiamo scrivendo dalla scorsa estate, sin dai prodromi dello spoils system alla dalfonsiana maniera. La certificazione c’è stata però domenica con le primarie del Pd. Facciamocene una ragione: Teramo non conta proprio niente nello scacchiere regionale. Stretti come siamo tra un centrodestra rintanato nel fortino del sindaco Maurizio Brucchi e un centrosinistra incapace di uscire dalla logica dello struzzo, a Teramo si vive in una sorta di “commissariamento” del plenipotenziario d’Abruzzo, Luciano D’Alfonso. Sotto la sua ala in fondo dimostrano di passarsela bene sia gli ultimi baluardi del Modello Teramo (che forse mai fu, ma almeno c’era), che un Pd di Governo (e di Emiciclo) che a forza di veti, correnti e tatticismi incrociati, è riuscito a partorire il capolavoro politico della “non partecipazione”, pur di non alterare gli equilibri interni (e così impedire la nascita di una qualsiasi posizione forte). La nostra non è una semplice questione di campanile tra Teramo e il resto dell’Abruzzo, un problema di prestigio o di malinconia per la “filiera” del centrodestra. No, oggi il problema è un altro, molto più grave e più sentito: tra di noi c’è qualche superman con la forza, il carisma e la credibilità per rappresentare le istanze del capoluogo aprutino nei confronti di D’Alfonso? La risposta, ovviamente, è no. Perché tosto com’è, il governatore è capace di fare un sol boccone di tutti i Democratici teramani. Senza disdegnare l’interlocuzione politica con l’avversario. In provincia di Teramo i Democrat parlano di risultati “sorprendenti” per l’elezione del segretario: Marco Rapino (non ce ne voglia) “lo sconosciuto”, che addirittura in tv ringrazia i teramani per il consenso prossimo all’80% (a Giulianova del 95%, record assoluto). Con tutto il rispetto per Rapino, mai visto a Teramo e forse nemmeno nelle riunioni di partito, lo sanno tutti che il vero vincitore della partita è il governatore Luciano D’Alfonso che lo ha sostenuto. Che in autunno ha avuto gioco facile nell’annichilire sul nascere qualsiasi posizione di dissenso (leggasi Sandro Mariani) con la pronta complicità del rissoso Pd teramano (un Camplese a Teramo? Mai!); poi ha diluito il dissenso aspettando il voto; poi ha voluto la candidatura di un incandidabile, ma a lui vicino e che stima, quel Renzo Di Sabatino risultato poi (ma va?) incandidable; e che infine ha fatto eleggere il suo segretario con la solita straordinaria macchina del consenso di cui è dotato. In tutto questo, si diceva, il Pd teramano ha vinto perché non ha partecipato, condannandosi alla solita inconsistenza. Ma possiamo imparare anche dal voto per questa segreteria Pd: se le cose a Teramo vanno male non è certo colpa di D’Alfonso. Forse sarà colpa del centrodestra teramano, ma il centrosinistra diciamo che nulla faceva e nulla continua a fare per creare un’alternativa politica. Sia al centrodestra che allo stesso D’Alfonso. Infatti il grande apprezzamento del popolo del Pd per questa “Politica di Tafazzi” si è visto nei numeri: appena 360 votanti nella città con il circolo democratico più grande della Provincia. Superato anche da Giulianova.
Alessandro Misson