Metti una notte a Civitella….

  - Di eli

A Civitella, questa notte è una notte senza stelle. Come tutte le notti che, in ossequio ad una dichiarata diversità, si candidano ad essere “magiche”.
A Civitella, questa è una notte magica. La fortezza sembra affacciarsi su una piazza ancora silenziosa, popolata di sedie vuote che guardano un palco pieno. C’è gente che suona. Due chitarristi (uno ha la faccia da jazzista bravo, l’altro è americano proprio come te l’aspetti, col capello lungo e il cappello largo), poi c’è un batterista che accarezza lento timpano e rullante, e in fondo in ogni storia magica ci deve essere qualcuno che sa usare una bacchetta. Da ultimo, c’è il pianista, un tipo curioso davvero: non sta suonando, sta cercando sui tasti un momento di estasi tutta sua. Stanno provando, la notte è ancora giovane, il concerto comincerà tra più di un’ora, intanto il carpaccio di Daniele Zunica va ad incastonarsi nell’ultimo spazio lasciato libero, proprio per una magia di sapore. Quando arriva il cerasuolo a bagnare un delizioso foie gras, seguiamo con lo sguardo il pianista: si è appena cambiato, adesso è in total black, passeggia nervosamente avanti e indietro, ma con l’andatura un po’ timida di chi sente l’emozione e cerca di mostrare a sé stesso, prima ancora che agli altri, di non essere poi così emozionato. Adesso la piazza è piena, almeno duemila persone, tutte pronte a vivere quello che, ma ancora non lo sapevamo, dovrà essere ricordato come un evento. Il tartufo impreziosisce l’ennesimo momento onirico di una cena straordinaria, mentre il concerto sta per iniziare, e allora è il momento delle presentazioni: il chitarrista con la faccia da jazzista bravo è Antonio Nicola Bruno, l’americano con la chitarra appena arrivata da Brescia (la sua l’aveva lasciata in America) è Paul Kostabi, le bacchette che incantesimano la batteria sono quelle di Tony Esposito e il pianista emozionato è Mark Kostabi. Sì, proprio “quel” Mark Kostabi, il pittore, l’artista capace di tratteggiare i momenti del nostro vivere rendendo in espressivamente espressivi i suoi personaggi senza volto, il provocatore, il capacissimo creatore di fenomeni culturali e artistici, il mago del marketing, il fondatore del Kostabi World che sforna mille tele l’anno reinventando le botteghe rinascimentali. Il genio. Sì, il genio.
Perché solo un genio, che potrebbe scegliere quale proprio palcoscenico ogni angolo del mondo, che potrebbe pretendere cachet a zeri infiniti per un evento come quello del suo primo concerto in tour con quell’eterno scugnizzo di Tony Esposito, può decidere di venire a suonare a Civitella del Tronto, gratis, in una notte di fine estate.
Conan Doyle affidò al suo Sherlock Holmes una battuta che è un lampo di verità: «La mediocrità non riconosce mai nulla che le sia superiore, il talento riconosce sempre il genio…» e il genio, ci sia concessa la chiosa a Sir Arthur, riconosce sempre la magia di un luogo. E Kostabi, che come tutti gli artisti ha una sensibilità sovradimensionata, ha intuito quanto, tra questi vicoli che sudano storia, la sua musica potesse avere diritto d’asilo. Sì, la sua musica. Non i suoi quadri, che pure occhieggiano qui e là in piazza, ma la musica. Questa, infatti, è una serata dedicata al Kostabi più intimo, più riservato, quello che incanta il mondo con le sue tele, ma che poi si rifugia nella sua casa romana, a cercare sui tasti del suo gran coda le risposte a quella sete di emozione che gli sale dall’anima. E’ sua, la musica di questa sera. Composta da lui, dipinta con le note, in un confondersi mai confuso di sensazioni e malìe, che piegano la notte civitellese al volere di questo straordinario elfo americano. Al punto che gli dei, invidiosi come sono, cercano di guastare la festa già da subito, rovesciando sulla piazza antica una bicchierata di pioggia. Poche gocce, non abbastanza per scoraggiare il pubblico, ma abbastanza per costringere i musicisti a scendere dal palco, perché l’acqua non va d’accordo con l’elettricità delle chitarre e dei microfoni. Scendono dal palco in tre: Antonio Nicola,  Paul e Tony… giusto in tempo per accorgersi che il pianoforte di Mark ha deciso di opporsi all’invidia degli dei. La piazza ammutolisce, mentre l’elfo dell’East Village pennella in un assolo indimenticabile la sua “Raining in Rome”, dedica musicale ad un altro tempio dell’anima, nel quale Kostabi ha scelto di mettere su casa. E non è un particolare irrilevante: devi vivere a Roma per sapere che odore fa la pioggia romana, per riconoscerne le sfumature, le vibrazioni, le declinazioni leggere o le sfuriate mai cattive. A Roma, e solo a Roma, piove in dialetto… anche la pioggia non si prende mai sul serio e non ti bagna, t’inebria. “Raining in Rome” mortifica gli dei, che spengono la pioggia e consentono al fratello di Mark e ai loro compagni di ventura di tornare sul palco, per un concerto che, nello scorrere delle emozioni, incontrerà anche la voce di Jennifer Mar.
Magia. Semplicemente, magia. Un’alchimia creata sì da Mark Kostabi, ma grazie ad un genius loci, ad un civitellese doc, che di Kostabi è diventato amico nell’unico modo in cui si diventa amici per davvero: guardandosi negli occhi e parlandosi all’anima. Senza Gino Natoni, questa serata non sarebbe esistita. E neanche tante altre, che hanno fatto di questa estate civitellese (finalmente) una nuova stagione della cultura. A dimostrare ancora una volta – semmai ce ne fosse bisogno – che quando su queste pagine criticavamo l’ingiusto oblìo al quale la latitanza degli eletti dal popolo aveva condannato Civitella, stavamo tratteggiando il ritratto di un’ingiustiza. A pensarci bene, forse la migliore metafora della condizione civitellese è proprio nelle tele di Kostabi… politici inespressivi, incolori, perduti in una realtà che non si nega i colori. Che sia per questo che Kostabi ha deciso di comprare casa a Civitella? Perché ne intuisce la potenza “colorifera”? Di quella realtà colorata fa parte Gino Natoni. Imprenditore di successo, cultore delle arti, mecenate discreto, ma soprattutto: uomo. Di quelli che hanno raggiunto la serenità conscia del proprio “poter fare” e sanno che, in fondo, noi siamo quello che lasceremo nel cuore degli altri e che, proprio per questo, hanno deciso di rendere quotidiano lo straordinario, dedicando il tempo della propria vita alla costruzione di sempre nuove magie. No, non parliamo dei concerti, delle mostre d’arte, ma del denominatore comune che, invisibilmente quasi, unisce tutti questi eventi: l’amore. Quello che “fa la differenza”, come recita il sito di quella associazione Agave che “associa ma soprattutto unisce tutti coloro che hanno a cuore il presente ed il futuro dei bambini e dei ragazzi disabili: persone sensibili, genitori, fratelli, amici, e soprattutto disabili”, della quale Natoni è fondatore. Questa serata magica, è dedicata all’Agave. E a tutti quelli che danno il loro contributo a questa associazione. Quelli come Mark Kostabi, anche.
Metafora appropriata, quella dell’Agave. Il nome dell’associazione richiama la pianta tenace, con le tante radici che si uniscono per alimentare un fusto comune, capace di crescere anche nelle condizioni più difficili. In America è molto diffusa in California… provate ad indovinare dove è nato Kostabi…

Antonio D’Amore