Sentenze sprecate

Tutti assolti per Rifiutopoli. Rifiutopoli non esiste. La magistratura è cattiva e ce l’ha con la politica. La retorica dei berluscones abruzzesi sembra un trito copione del maestro di Arcore. La sentenza di primo grado del Tribunale di Pescara, ancora una volta, dimostra quanto una certa politica sia insofferente al lavoro delle Procure. Basta leggere le dichiarazioni di un Nazario Pagano o di un Riccardo Chiavaroli, che arrivano a teorizzare (il primo) “l’incomprensibilità” dell’inchiesta Rifiutopoli e (il secondo) un’assoluzione preventiva per Del Turco in Cassazione.
Lanfranco Venturoni, l’unico che per Rifiutopoli ha pagato con gli arresti domiciliari e le conseguenti dimissioni da assessore regionale alla Sanità, ieri è stato il più signore di tutti. Ha gioito per la sentenza, poi ha telefonato alla moglie per comunicarle la bella notizia. Ma su di lui non c’erano dubbi: accusato di corruzione, nel processo non gli è stato contestato un solo centesimo extra incassato con Rifiutopoli. Eppure sono andati a cercare anche dai lontani parenti di Vasto, ha ironizzato il suo difensore Lino Nisii. Aggiungo di più: oltre le lacrime in diretta per l’arresto, la soddisfazione per le prime decisioni favorevoli dei giudici in fase d’indagine e le certezze dell’avvocato Nisii, quando Lanfranco Venturoni era alla TeAm e al suo fianco c’è quell’altro gran signore di Vittorio Cardarella, ha sempre agito nell’interesse della collettività teramana: bioessiccatore, appalto a Termoli, sede della TeAm: io c’ero e li ho visti entrambi con i miei occhi.
L’inchiesta Rifiutopoli è nata a Pescara, è vero, ma da un affare tutto teramano: il famigerato bioessiccatore di contrada Terrabianca.
Un progetto, quello del bioessiccatore, partorito in casa dai tecnici della Teramo Ambiente per trattare i rifiuti secchi indifferenziati quando Venturoni ne era il presidente, approvato dalla Regione di Ottaviano Del Turco, pronto per essere costruito, ma poi inspiegabilmente ceduto ad una società terza costituita ad hoc, la TeamTec, che stava per essere acquisita dal gruppo Di Zio. È lì che la magistratura di Pescara ha avuto da ridire. Oggi possiamo dire: a torto per ciò che concerne le responsabilità penali dei diretti interessati.
Ma qualcuno dovrà pur spiegarcelo perché quel progetto, elaborato da una società partecipata dal Comune, approvato dalla Regione e pronto per essere costruito a vantaggio della comunità di cittadini teramani, è stato poi dirottato in un affare con un privato su scala regionale. Eludendo una gara d’appalto, simulandola con la partecipazione di un terzo concorrente che ha presentato un’offerta concordata apposta per perdere. Non è opinione del sottoscritto. Lo dice - al momento - una sentenza di primo grado del Tribunale di Teramo, dove è approdato uno stralcio di quell’elefante che era l’inchiesta Rifiutopoli di Pescara. In largo Madonna delle Grazie, a Teramo, c’è stato un magistrato che ha fatto il suo dovere fino in fondo: anziché prendere per oro colato le carte trasmesse da Pescara, il sostituto Stefano Giovagnoni ha praticamente rifatto le indagini dei colleghi pescaresi, ha portato a processo una serie d’imputati ed ha ottenuto la condanna - in primo grado - dell’ex amministratore delegato di TeAm, Giovanni Faggiano, e del consulente della ditta che avrebbe simulato la gara come concorrente di Di Zio per quel bioessiccatore.
Abuso d’ufficio e turbata libertà degli incanti: questo è scritto nelle dettagliate motivazioni del Tribunale di Teramo che ha condannato i due imputati di Rifiutopoli accogliendo la tesi del pm sull’intreccio tra politica e affari, pubblico e privato. È quella sentenza del Tribunale di Teramo vergata dal presidente Giovanni Spinosa che spiega come a Teramo, anziché costruire il bioessiccatore nel più breve tempo possibile per abbassare le tasse sui rifiuti ai teramani, sia sia preferito invece cincischiare in lungo e in largo nella composizione di un affare che ha intrecciato politica, società partecipate e privati. Che non è certo un reato. Ma è un fatto che la politica non può fare finta che non sia accaduto.
Oggi il bioessiccatore della TeAm non esiste, i terreni di Terrabianca sono finiti all’asta oppure venduti e d’impianti per trattare i rifiuti (per abbassare le tasse ai teramani) non se ne vedono più all’orizzonte.

Alessandro Misson