Il principio pericoloso

  - Di Alessandro Misson

Condannati per violazione del segreto istruttorio il giornalista e il blogger che tre anni fa scrissero della denuncia di una vigilessa nei confronti del suo comandante. Centosessanta euro di sanzione penale a testa, con pena sospesa, per il collega Fabio Capolla e per il blogger teramano Giancarlo Falconi, da oggi ufficialmente martiri dell’informazione italiana in servizio permanente fino all’esito dello scontato ricorso per Cassazione. Blogger e giornalista, che scelsero comunque di essere giudicati rinunciando all’oblazione da 160 euro che avrebbe estinto procedimento penale e sanzione, sono stati condannati entrambi in primo grado dal Tribunale di Teramo per aver scritto un fatto. Che la vigilessa aveva cioè presentato una denuncia nei confronti del comandante per violenza sessuale. Un fatto (la denuncia, non il contenuto della denuncia), come tanti ne accadono ogni giorno, ma che dopo la sentenza di ieri diventa improvvisamente pericoloso per l’esercizio del diritto di cronaca. Non si conosce ancora la motivazione della sentenza, ma evidentemente la denuncia della vigilessa presentata all’autorità giudiziaria è stata considerata a tutti gli effetti come un atto d’indagine, e dunque coperto da segreto. Nonostante gli orientamenti differenti, il pericolo per la stampa è tutto lì. Perché da oggi ogni articolo che contiene una denuncia, basato su una denuncia, o che senza che lo si sappia nemmeno potrebbe essere già stato oggetto di denuncia, potenzialmente espone il giornalista ad una sanzione penale. Riducendo notevolmente lo spazio d’azione dell’informazione.

La questione che vede condannati in primo grado per violazione del segreto istruttorio il giornalista Fabio Capolla e il blogger Giancarlo Falconi è così delicata da meritarsi un intervento di Stefano Pallotta, presidente dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo. «I giornalisti hanno l’obbligo di pubblicare le notizie che ritengono di interesse pubblico - scrive il presidente in una nota - Non possono tenersele nel cassetto perché coperte da segreto istruttorio: abdicherebbero alla loro funzione e non possono permetterselo. È molto comodo condannare i giornalisti. In molti paesi di più consolidata tradizione liberale non si condannano i giornalisti ma i veri colpevoli di quel reato. Esprimo solidarietà al collega Fabio Capolla e al blogger Giancarlo Falconi».

Tanto per ricordare che informare per la categoria è un obbligo, anche di fronte ad un segreto. Che per Giandonato Morra e Gianni Falconi, avvocati difensori, segreto non è: «Attendiamo le motivazioni che dovrebbero essere disponibili domani - commenta Morra - Ma il ricorso per Cassazione è scontato. Le sentenze si accettano sempre, certo è che me ne sarei aspettato una più coraggiosa. Ricordo che il mio assistito e il coimputato hanno scelto volontariamente di essere giudicati con il rito abbreviato rinunciando all’oblazione. Era ed è una questione di principio. La sentenza di condanna - ironia della sorte - pur essendo penale è l’equivalente di quanto avrebbero dovuto sborsare in caso di oblazione per l’estinzione del reato». Il principio, giornalisti o blogger, è sempre lo stesso: l’eterno conflitto tra diritto di cronaca e segretezza del lavoro d’indagine. Il giornalista Fabio Capolla e il blogger Giancarlo Falconi sono stati condannati per violazione del segreto istruttorio per aver riportato la notizia che una vigilessa della Polizia Municipale del Comune di Teramo aveva denunciato il suo Comandante e un collega per molestie sessuali. Tutte notizie di pubblico interesse scaturite dalla notizia di quella denuncia. Ma alla fine dell’ambaradan ci hanno rimesso i soli due che hanno fatto il loro mestiere (il giornalista, in questo caso, anche il suo dovere): riportare una notizia, rendendo pubblica un’informazione vera (la denuncia sporta della vigilessa) che da giorni già circolava in città. Una cosa decisamente pericolosa, dopo la sentenza di ieri.

 

Alessandro Misson