Il beneficio del dubbio

Il centrodestra di Teramo sembra un po’ in confusione. Il progetto di aprire una sede distaccata di Giurisprudenza a Pescara, discusso tra i rettori, viene filtrato dalla politica teramana come una mossa del rettore D’Amico per “deteramanizzare” il nostro Ateneo. Dopo aver sollevato il caso in Consiglio comunale, lamentando l’ennesima spoliazione del capoluogo, il centrodestra lascia intendere che dietro la scelta di D’Amico potrebbe esserci un “segreto”, ossia il volere supremo dell’altro Luciano: il D’Alfonso governatore dell’Abruzzo e dominus del centrosinistra regionale. Eppure D’Amico spiega in maniera molto chiara il problema in discussione, peraltro noto da un decennio anche al centrodestra: piuttosto che far aprire un’altra Facoltà di Giurisprudenza a Pescara, col rischio concreto di una concorrenza letale, D’Amico avrebbe trattato l’apertura di una sede distaccata di UniTE in cambio del rafforzamento del Polo Agro-Bio-Veterinario e del futuro Dams (che dovrebbe finire all’ex manicomio).

Secondo le parole di D’Amico, l’apertura della sede teramana di Giurisprudenza a Pescara non sarebbe imminente, ma comunque probabile nell’immediato futuro.
Tanto però è bastato per mettere in fibrillazione il centrodestra teramano, già tramortito dalla raffica di tagli in arrivo dalla combinazione Renzi-D’Alfonso. E così il centrodestra, piuttosto che scommettere sulla decisione (che era e resta autonoma) dell’Università, agita lo spettro degli studenti in fuga e dell’impoverimento socioeconomico di Teramo. Bene. L’Università non è però la stessa cosa della Prefettura, della Asl e persino della rimpianta Caserma degli Alpini. Perché se una Università muore o sopravvive, non lo decide il Governo o la Regione. Dipende invece dalle capacità gestionali di chi ne è alla guida, come fosse un’azienda. La differenza l’ha rimarcata anche l’onorevole Ginoble alcuni giorni fa da queste colonne: lo Stato sta cambiando e si sta riorganizzando. Piangersi addosso poco aiuta. Meglio allora, laddove possibile, chiarirsi le idee, sedersi al tavolo e trattare tutti assieme le specificità da conservare. Perché l’opera della spending review, per quanto riguarda Governo e Regione, andrà avanti lo stesso, continuando inesorabilmente a strappare altri “pezzetti” a Teramo. Ecco perché quello di D’Amico, seppur rischioso, ci sembra invece un discorso logico. O comunque lucido. Forse non sarà stato comunicato nel migliore dei modi a Teramo e ai Teramani, ma è pur sempre il discorso di un rettore autonomo che fa i conti con la realtà. Quello del centrodestra teramano, seppur comprensibile e in parte condivisibile, ci sembra invece nulla più che un grosso spavento di fronte al baratro. Ma quel baratro esiste da tempo e continuerà a minacciare di inghiottire l’Ateneo, se non ci sarà una svolta. Ed è proprio questa svolta che auspica il rettore. A poco serve buttarla in politica, dando del “centrosinistro” o del “pescarese” a D’Amico. Che oggi D’Amico sia uomo del centrosinistra lo sanno pure le pietre di Marte, e l’ipotesi che possa esserlo ancor di più domani, può senz’altro far paura a chi dovrà eventualmente considerarlo un avversario. Ma D’Amico era rettore anche prima dell’arrivo di D’Alfonso. Anzi, prima dell’arrivo di D’Alfonso il suo interlocutore principale in città era un politico del calibro dell’Onorevole Antonio Tancredi. Qualcosa nel frattempo è cambiato nella geografia politica che ruota attorno a Teramo. E non può essere certo un’imputazione per D’Amico. Piuttosto potrebbe essere lo spunto per una bella riflessione della classe dirigente teramana.

Alessandro Misson