Di polo in frasca

  - Di Alessandro Misson

Bentornati a scuola. A tutti, finalmente. È vero, per alcuni studenti c’è voluto quasi un mese dalla scossa del 26 ottobre, ma da ieri Teramo può fregiarsi del suo primo “polo” scolastico alla vecchia Molinari. “Vecchia” perché la scuola media è stata costruita con tecnologie e materiali non adeguati alla normativa antisismica attuale. E nemmeno a quella del 2003, quando fu commissionato lo studio sulle sedi scolastiche diventato poi il Piano di Protezione Civile del Comune. Studio nel quale la Molinari non era nemmeno censita, perché utilizzata dall’Università. Tutto questo per ricordarci che nonostante la riapertura di ieri, possiamo dire conclusa la sola fase dell’emergenza. Con la certezza di aver perso sette anni per fare ciò che andava fatto prima: il polo scolastico. Siamo infatti nella stessa situazione post l’Aquila, ma con quattro scuole in meno e un’unica sede quasi a norma, il Micronido. Lo sa bene anche il sindaco di Teramo, che dopo aver eliminato il polo (inserito nel programma elettorale) prima dalla lista delle opere pubbliche, poi dalla lista delle priorità dell’amministrazione, ieri ha detto chiaro e tondo che il futuro della scuola teramana è nel polo scolastico. Anzi, nei poli scolastici. Due, forse tre. In questi anni si è discusso di un polo all’Acquaviva, di uno in zona San Giuseppe, di un polo allo stadio Comunale, di un polo d’emergenza alla curva del Bonolis, dell’idea di un polo all’ex manicomio, più recentemente dei poli in legno e per ultimo del polo “alla Campobasso”. L’unica certezza è che il Comune di Teramo il progetto preliminare di un polo scolastico unico ce l’ha già dal 2009 con tutti gli studi connessi in materia di viabilità, risparmio energetico, ecosostenibilità, sicurezza antisismica. È un’idea caldeggiata da Chiodi in Regione, progettata e regalata a Brucchi, votata dalla Giunta nel 2015 e supportata da Gatti fino a luglio del 2016. Quando cioè il Miur non l’ha finanziata, preferendo altri due poli a Cepagatti e Pescina. La speranza è che stavolta non si proceda come già avvenuto dopo il terremoto de L’Aquila: saltando cioè di polo in frasca, senza un’idea precisa.

 

Alessandro Misson