TERAMO - “Che il colore verde speranza di questo muro non diventi nero… e ci siamo capiti…”. Il vescovo di Teramo e Atri, monsignor Michele Seccia, è noto per essere sempre diretto con le sue dichiarazioni, ma stavolta l’appello è stato ancor più forte, perché rivolto senza equivoci - con il riferimento alla bandiera nera dell’Isis - alla comunità albanese, macedone e kossovara che a Teramo, nel quartiere di Colleparco, ha tagliato il nastro di un nuovo Centro culturale islamico, realizzato in locali messi a disposizione dal Comune e ristrutturati con contributi propri della comunità islamica.
L’invito al riconoscimento della dignità umana, ma soprattutto ad annullare, con il credo religioso, la violenza e l’intolleranza, Seccia lo ha rivolto di persona a Kabri Bedri, il presidente del Comitato islamico, davanti a una platea di teramani e stranieri che hanno applaudito in coro il suo intervento.
“Questa è la vera fede, la vera religione - ha detto il vescovo -: se ci rivolgiamo all’unico Dio, pur se con tradizioni culturali e rivelazioni diverse, che hanno la loro storia su cui si può anche discutere, se Dio è Dio, in nome suo non possiamo combattere”.
Appello raccolto subito dal referente della numerosa comunità balcanica presente. “I nostri figli sono nati qui - ha risposto
Bedri tenuto nel suo discorso di saluto - vogliamo bene a questa nazione. Staremo attenti affinché nessuno si lamenti della nostra presenza”.
Il Centro si trova nel seminterrato di una palazzina: circa 200 metri quadrati dati in affitto dal Comune, dove gli stranieri hanno lavorato per circa due anni per rimettere a nuovo e bonificare la piccola area attorno. Ciò è stato possibile grazie ai contributi degli associati, che hanno messo insieme, circa 10 mila euro. “Questo centro ci darà la possibilità di incontrarci, parlare, giocare a carte, pregare: è un modo per non perdere il contatto con le nostre tradizioni, anche se non viviamo più nei nostri Paesi”.
Nel corso della cerimonia, il vescovo ha voluto dare un segnale di grande rispetto ai seguaci di un’altra religione: ha parlato alla platea senza salire sul piccolo scranno eretto nella sala principale e da dove, nelle riunioni di preghiera, un imam arringa ai presenti. “Ringrazio chi ha dato la possibilità a questa gente di avere un posto come questo dove è possibile
anche osservare il proprio culto perché questo ha un significato particolare - ha detto Seccia rivolgendosi al pulpito alle sue spalle - ed è per questo che in segno di rispetto io sono rimasto qui”.