PINETO - Subhan tende le braccia verso chiunque gli si avvicini, con un sorriso che sembra non sfumare mai. Divide la stanza con suo fratello Fisan che ha 14 mesi. Subhan ha 4 anni e mezzo, ma sembra più piccolo perché ha una seria malattia che mina la sua salute compromettendo anche la sua crescita. Dall’altro lato, un po’ più diffidente nel suo seggiolone giallo, il piccolo Fisan guarda il mondo con i suoi grandi occhi neri: «Lui ha… come le chiamate voi? Delle crisi», mi dice il loro padre, Muhammad Akbar. Per farci capire mima il tremore che scuote spesso il piccolo corpo del figlio. La casa di Muhammad, che tutti, a Pineto, dove vive da ormai quindici anni, conoscono con il nome di Alì, è pulita e dignitosa, piena di ricordi e riferimenti al suo luogo d’origine, il Pakistan. Anche la tv è sintonizzata su un canale arabo che trasmette notizie non incoraggianti. Ha altre due figlie più grandi che ora vivono con i nonni nella sua terra natale. Perché lui non può più permettersi di mantenerle in Italia. Non ha lavoro da quattro anni, da quindici è nel nostro Paese a prestare la sua opera come muratore, e fino all’arrivo dei maschietti non aveva mai avuto problemi relativi alla sua occupazione. «Qui mi conoscono tutti, tutti sanno che sono sempre stato un gran lavoratore, ma da quando sono nati i bambini, a causa delle loro malattie, ho potuto lavorare poco. Improvvisamente mi sono ritrovato senza niente. Per lunghi periodi, 20 giorni su 30, dovevo stare con loro in ospedale o dovevo portare il bambino più grande al pronto soccorso quando si sentiva male. Ora chiedo solo che qualcuno mi dia un lavoro, un lavoro qualsiasi, anche fuori dall’Abruzzo, full time, part time… Sono disposto a tutto». Alì, che ha permesso di soggiorno regolare e permanente in Italia, ha una moglie, Uzma. La donna non è scolarizzata, non parla e non capisce l’italiano. Per lei sostenere l’esame per la patente di guida sarebbe attualmente molto difficile. Così l’uomo si occupa spesso della salute dei suoi figli a 360 gradi. Tutto l’iter ospedaliero dei figli – ricoverati spesso a Pescara, ma anche al Bambin Gesù di Roma - sono raccolti in faldoni e documenti ordinati e catalogati da Alì, che li conosce ormai a memoria. Subhan è affetto da problemi molto seri di salute. Habisogno di sottoporsi a trattamenti sanitari frequenti per non incorrere in quelle crisi che potrebbero essergli fatali. «Può mangiare solo alcuni alimenti altrimenti si sente male. Questo mi costringe a comprare tutto in farmacia, alimenti che costano davvero molto. I bambini godono entrambi della legge 104, ma molto spesso non ce la faccio comunque a far quadrare i conti, anche perché c’è l’affitto da pagare… e tante volte ho pensato di farla finita». Gli chiediamo, allora, se non sarebbe disposto a trasferirsi: «Sono pronto a fare di tutto per un lavoro. Un giorno – racconta – sono stato in Comune, a Pineto, quando era ancora sindaco Luciano Monticelli. Dopo avermi detto più volte che il Comune non è un ufficio di collocamento, mi assicurarono che avrei potuto anche iniziare a cercare lavoro all’estero perché, in caso lo avessi trovato, avrebbero provveduto a mandare una volontaria in casa, qualora mia moglie ne avesse avuto bisogno. Così mi sono messo in contatto con un mio amico che vive in Germania e dopo pochi giorni sono stato chiamato lì come muratore. Il mio amico ha anche provveduto al biglietto per il viaggio. Ma quando ho comunicato al Comune che avevo un lavoro e che sarei partito, mi hanno risposto che non avevano trovato nessuno che potesse aiutare mia moglie. Oggi, le dico che qualora trovassi un’occupazione prenderei la mia famiglia e andrei via subito. Ho provato a mandare Subhan in Pakistan con la madre, ma dopo un mese il è deperito: pesava come un bambino di un anno d’età e stava malissimo. Le dico questo per spiegarle che ho tentato di farlo curare lì, ma è impossibile». «Dal commissario e vice prefetto Pierpaolo Pigliacelli, che ha preso il posto dell’ex sindaco – prosegue ancora Alì – sono stato accolto nel migliore dei modi. Dopo aver ascoltato la mia storia, e non riuscendo ad aiutarmi per il lavoro, ha deciso che avrebbe messo sul mio conto 300 euro al mese. Per me 300 euro in più al mese sono un tesoro». E l’attuale amministrazione? «Ho spiegato anche a loro il mio problema, ma ancora non ho ottenuto risposta. Ho anche fatto spesso richiesta di avere almeno un alloggio in una casa popolare, almeno per evitare di pagare l’affitto, ma non sono riuscito a ottenere nemmeno quello». Subhan ci guarda con tenerezza. Spesso si avvicina al padre e si lascia abbracciare, ma accetta di essere coccolato da tutti. «Lui non piange mai, tranne quando si sente male», sottolinea Alì. Ma anche Fisan, il più piccolo, è tranquillo e solo un po’ spiazzato dalla presenza di una sconosciuta in casa. Non c’è posto solo per il dolore in casa Akbar, ma anche per un buon caffè, preparato dalla silenziosa Uzma e per le storie del capofamiglia. Alì racconta di una corsa sfrenata sul suo vecchio scooter, quando l’Italia vinse i Mondiali nell’estate del 2006, e quando la sua vita era ancora serena. «Ero felicissimo, amo l’Italia e non mi sono mai pentito di essermene andato dal mio Paese. Quando sento le mie figlie che vivono in Pakistan piangiamo tutti. Anche loro vorrebbero tornare qui e spero un giorno di riunire la mia famiglia».
Chiunque volesse offrire un’occupazione ad Alì o sia a conoscenza di una posizione lavorativa aperta, può contattarlo al 346.1377947. Lo stesso può fare chi desideri acquistare prodotti alimentari per i piccoli.