«Servono cultura e formazione»

  - Di Redazione

Visioni del post pandemia. Di Flaviano di Wide Open Coworking: «Fondamentali le connessioni»

TERAMO – Tecnicamente parlando sono due tipi in gamba. Anagraficamente parlando sono giovani. Imprenditorialmente parlando sono svegli. Cesare Di Flaviano e Stefano Palazzese tre anni fa si sono inventati a Teramo una cosa nuova. Questa cosa si chiama Wide Open Coworking. Il Wide Open Coworking è uno spazio attrezzato con postazioni di lavoro che vengono affittate a professionisti. In sostanza è uno spazio di lavoro condiviso dove ogni scrivania diventa un ufficio per un periodo di tempo variabile. Con la differenza che non si sta da soli e ci si parla. Che due giovani abbiano scelto di fare impresa nella propria città è raro ed è anche confortante, e tuttavia è ancora più raro che abbiano deciso di farlo proponendo una filosofia di lavoro fondata su un approccio culturale che sarà noto nelle grandi città ma che in quelle medie e piccole praticamente è ancora una novità bella e buona. Abbiamo intervistato Cesare Di Flaviano, trentuno anni, per due motivi. Uno: il coronavirus ha fatto fare il pieno di attualità al tema del lavoro da casa, che è l’opposto del coworking (stringi stringi, il lavoro da casa ancora non s’è capito se sia un’amena enunciazione teorica, un rimedio momentaneo oppure una soluzione che possa strutturarsi come prassi diffusa). Due: perché ormai da tre settimane stiamo portando avanti come giornale un viaggio nel mondo dell’associazionismo nel post lockdown (siamo alla 15esima puntata) e se è vero che Wide Open non è un’associazione pure vero è che fa aggregazione e condivisione e la cosa è condizione necessaria e sufficiente per rispondere alla domanda che stiamo ponendo a tutti: in che modo le realtà associazionistiche, e più in generale aggregative, pensano di rispondere alle conseguenze del blocco causato dall’emergenza virale?

Di Flaviano, se ti dico “lavoro da casa” che cosa mi rispondi? «Che non ci credo molto, ma che credo nel lavoro agile. Lavorare da casa può andare bene magari una volta alla settimana, ma molte professioni necessitano di connessioni umane oltre che di connessioni digitali e se si sta isolati non si lavora bene».
In effetti il coworking non sarebbe pensabile senza il concetto di condivisione… «La nostra community è fatta per la maggior parte da liberi professionisti e anche dai cosiddetti nomadi digitali. In particolare sono creativi e comunicatori. Pensiamo che il nostro sistema sia utile per far crescere nuove professionalità e che sia in grado di offrire una risposta adeguata ai tempi e alle richieste del mercato del lavoro. Abbiamo anche persone che vengono da fuori, per esempio da Milano, perché si affacciano una volta alla settimana dalle nostre parti per via del lavoro e quindi hanno bisogno di un punto dove fare base. Quello che ci sta a cuore, oltre a questo, è che la nostra community cresca sia a livello professionale che a livello umano grazie alla condivisione».

Con la ripartenza come va?«Dopo la chiusura abbiamo riaperto e stiamo lavorando nel rispetto di tutte le norme di sicurezza». 

Secondo te che cosa ci ha insegnato la pandemia?«Che dobbiamo avere fiducia nel futuro e investire tempo e denaro nella formazione. Questa crisi ha fatto venire molti nodi al pettine, dalla burocrazia al ritardo nell’uso di certi strumenti. Abbiamo bisogno di una crescita culturale in senso generale. Prendiamo l’e-commerce: ci si è arrivati in stato di emergenza e di fatto è visto come un ripiego, non come uno strumento in sé. Adesso se ne sta facendo un uso spesso disordinato che rischia di essere poco utile. Ci si poteva arrivare prima».

E Teramo?«A Teramo abbiamo il vizio di parlare molto e di restare fermi. Dobbiamo fare uno scatto di qualità e investire nel digitale».

Vi siete pentiti di aver aperto a Teramo?«No, mai, è stata una scelta cercata e anche una sfida, certamente non un ripiego».

La vostra non è un’associazione, ma di fatto associa le persone, le mette vicine, anche se il covid ci ha abituati a temere il prossimo e la prossimità. Cosa pensi si debba fare per ripartire?«Credo tantissimo nelle connessioni, in senso stretto e in senso lato. Anche per questo abbiamo collaborato tante volte con associazioni teramane, anche se non in modo continuo. Incontrarsi è importantissimo. In futuro avremo bisogno di unità e di superare divisioni, che spesso sono connessioni mancate. Il digitale funziona se si ibrida con la vera potenza dell’esperienza».

Parlavi dell’importanza delle connessioni a ogni livello. Quanto contano per te in una città come Teramo?«Se si vuole una crescita collettiva, sono assolutamente necessarie, anche a livello associativo e imprenditoriale».

Simone Gambacorta