Racconto il corpo, l’arte e l’ossessione

  - Di Redazione

Il nuovo romanzo di Giorgia Tribuiani. Dopo il successo di Guasti, una riflessione sulla trasformazione

TERAMO – Si sa che è un romanzo e si sa che arriverà a novembre, al massimo gennaio (perché il coronavirus ha scombussolato tutto anche nella programmazione editoriale e adesso si stanno riorganizzando le uscite). Si sa che sarà pubblicato da Fazi e se ne conosce anche il titolo, che però ora non possiamo anticipare perché anche i libri vogliono un po’ di riserbo. Tempo al tempo. Giorgia Tribuiani (classe 1985, di Alba Adriatica) si è affermata nella narrativa due anni fa con il suo primo romanzo, Guasti, edito da Voland. Un libro che è piaciuto a tanti e in modo trasversale, perché a trovarvi pane per i propri denti sono stati tanto i lettori più esigenti (scrittori, critici) quanto quelli semplicemente desiderosi di immergersi in una storia capace di avvincere. Ecco, avvincere narrando l’immobilità (ad eccezione di quella dei ricordi) e tutto l’abisso di estremo che può precipitarvi dentro è esattamente la sfida che Giorgia Tribuiani ha vinto con Guasti. Dove a prima vista succede davvero poco e dove invece succede tutto, perché la seconda sfida che la Tribuiani ha vinto con quel suo libro è stata quella di cercare una lingua capace di avere vita propria, al di là di trame e trasmette. In Guasti una star della fotografia sceglie, quale sorte post mortem, quella di farsi plastinare da un artista e diventare così un’opera d’arte; e così Giada, la sua compagna, parla di sé e di lui e della vita, della morte, dell’arte e dell’amore in un diario mentale che si sviluppa in trenta succinti capitoli, esattamente tanti quanti sono i giorni dell’esposizione in un museo di quello che un tempo fu il suo compagno e che poi è diventato una «statua umana».

Il nuovo romanzo di Giorgia Tribuiani – che insegna nella Bottega di narrazione diretta da Giulio Mozzi e nel Penelope Story Lab diretto da Ivano Porpora – è per molti versi vicino a Guasti. Ne abbiamo parlato con l’autrice, in una telefonata slalom giocata tra quello che si può dire e quello che non si può dire di un libro che ha tutto il diritto di non vedersi sciupato da troppe anticipazioni.

Cosa possiamo dire del tuo nuovo romanzo senza dire troppo? «È un romanzo di formazione che racconta un’ossessione della protagonista, una ragazza di diciassette anni».

Una donna protagonista, come in Guasti… «Sì, ho portato avanti, e ho approfondito, diversi temi di Guasti: il corpo, l’ossessione, e soprattutto l’arte vista come mezzo per trasformare il dolore in qualcosa di bello, per convertire ed esorcizzare problematiche e conflitti in qualcosa di altro e puro».

Che voce ha, questo tuo nuovo romanzo? Chi è che racconta? «È tra il monologo interiore e il flusso di coscienza ed è scritto in seconda persona». Non è la stessa cosa di Guasti, però anche qui s’intravede una vicinanza… «Perché il romanzo riprende ed esaspera il discorso fatto con Guasti non solo in senso tematico, ma anche a livello linguistico e stilistico».

Quindi è vero che si scrive sempre lo stesso libro? «Laura Pugno ha detto una cosa che condivido e in cui credo di potermi ritrovare: l’ossessione muta forma. Quando si lavora su un’ossessione, quando la si racconta in un libro, si pensa magari di aver esaurito il discorso, di averlo concluso una volta per tutte, e così si passa a un altro libro. In verità si resta in un continuum, che non significa scrivere sempre lo stesso libro».

Come ti percepisci cambiata, da Guasti a questo nuovo romanzo? «Di Guasti c’era bisogno per arrivare qui. Con Guasti volevo capire se un uomo possa diventare un’opera d’arte. Con questo nuovo romanzo cerco invece di capire cosa, di un uomo, possa diventare un’opera d’arte».

Parliamo sempre di arte contemporanea? Come in Guasti? «Parliamo di performance art, che ho studiato molto proprio per scrivere il romanzo. Non mi interessa quell’arte che vuole essere solo un momento di rottura o un atto disturbante, mi interessa invece come linguaggio, come possibilità di trasformazione. Penso a Olivier de Sagazan, penso a Marina Abramovic. Penso anche a Kyrahm, a Tiziana Cera Rosco e a Flavio Sciolè».

Quanto tempo hai lavorato a questo nuovo romanzo? «Sette mesi di scrittura, però ho cominciato a lavorarci quattro anni fa, prima ancora che scrivessi Guasti. In questi quattro anni ho studiato l’argomento per documentarmi».

Ma a te interessa più il problema del corpo o il problema del rapporto tra il corpo e l’arte? «Nella performance art il corpo diventa un tramite. Il corpo è l’inizio del discorso e l’arte è la trasformazione. In questo nuovo romanzo corpo e arte sono inscindibili, ancora più che in Guasti».

Fra i due romanzi quale ti somiglia di più? «Questo nuovo è più intimo, più viscerale. Nell’avvicinamento della protagonista alla performance art c’è molto del mio avvicinamento alla scrittura. Il discorso di formazione è parallelo. La mia protagonista vuole dare sbocco alle sue ossessioni nella performance art, io nella scrittura. Sotto questo profilo – ma solo sotto questo – il romanzo è molto autobiografico».

I modelli sono quelli di sempre? O per questo nuovo libro hai tenuto presenti altri maestri? «Per l’ossessione il modello numero uno non può che es- sere Thomas Bernhard. Per la seconda persona Le mille luci di New York di McInerney. Poi Perec, Auster e naturalmente l’amore di sempre, Calvino».

Simone Gambacorta