«Puntare sulla cultura dell’ambiente»

  - Di Redazione

Associazioni e pandemia. Massimo Fraticelli del Wwf: «All’Abruzzo serve l’ecoturismo»

TERAMO – Rieccoci con una nuova tappa del nostro viaggio nel mondo dell’associazionismo, un tour che abbiamo avviato un mese fa per capire come – tra Teramo e provincia – le associazioni reagiscano al post lockdown. Oggi parliamo di ambiente e lo facciamo con Massimo Fraticelli, teramano, esponente del Wwf Abruzzo.

Fraticelli, conosciamo tutti il Wwf, ma se ci domandassero come in concreto funziona, ci accorgeremmo di avere le idee meno chiare del previsto. Facciamo un riepilogo? «È un fondo mondiale per la tutela della natura e fa parte di una rete internazionale. L’obiettivo è quello di tutelare e conservare, attraverso azioni dirette, l’ambiente naturale. La nostra attività si sviluppa su un arco molto ampio di campi, che vanno dalla protezione delle biodiversità e degli ecosistemi alla gestione dei rifiuti e del consumo delle acque. Siamo anche impegnati, in Abruzzo, nella conservazione di alcune specie animali, dal fratino al lupo fino all’orso bruno marsicano».

Avete da poco lanciato un appello proprio per la protezione dell’orso bruno… «Sì, è un appello per volontari, dobbiamo tutelare l’orso e fare in modo che sia al sicuro. Chi fosse interessato può scriverci alla mail abruzzo@wwf.it».

L’Abruzzo è ricco di biodiversità… «L’Abruzzo ha una sua posizione e una sua conformazione e può vantare territori particolarissimi, dal mare alla montagna, con una presenza di biodiversità ed ecosistemi estremamente significativa. Il Parco del Gran Sasso e dei Monti della Laga è una banca eccezionale di biodiversità, come lo è anche il Parco nazionale d’Abruzzo, che è stato il capofila nella storia delle aree protette italiane».

Quale turismo fa per noi? «In Abruzzo dobbiamo cambiare la logica e dare spazio a un turismo lento, che possa aiutare anche la tutela e la conservazione dell’ambiente. Sulle coste si è sviluppato negli anni un turismo di massa, con una pressione antropica estremamente elevata. In montagna, fortunatamente, abbiamo ancora zone per un turismo più lento. La carta vincente è l’ecoturismo. Il Parco nazionale d’Abruzzo si è sempre mosso in questa direzione. Nel teramano abbiamo veri scrigni, come i Monti della Laga, e bisogna pensare a progetti capaci di portare sviluppo. Ma bisogna garantire che la qualità ambientale resti intatta. Bisogna far sì che le persone, visitando e vivendo un territorio, in qualche modo imparino da esso».

In altre parole, il turismo non finisce con l’atto turistico… «Il turismo non può esaurirsi nella sola finalità di visitare un luogo, ma deve anche essere un’occasione di crescita culturale. Penso a un turismo che ci aiuti a modificare i nostri comportamenti».

In che modo? «Se ti porto a vedere una cascata e riesco a farti percepire con l’emozione quanto sia importante la risorsa acqua, è probabile che tu, una volta a casa, memore di quell’emozione, mostrerai un’attenzione diversa per le nostre risorse naturali».

Come vedete la situazione pandemia? «Esiste un rapporto tra la pandemia e la cattiva gestione del territorio. Studi scientifici mettono in relazione lo sviliuppo della malattia con l’inquinamento. Oggi non si può più prescindere da uno sviluppo sostenibile. Non ci può essere solo crescita, cioè solo quantità: abbiamo bisogno di crescita qualitativa. Vale anche nel turismo, dove non si può ragionare solo in termini di numeri. Vale altrettanto per le nostre città, dove dovremmo affrontare seriamente il discorso su una mobilità differente, ragionando bene sull’uso delle biciclette, dei mezzi elettrici e dei mezzi pubblici».

In questa fase post lockdown, sarebbe opportuno un confronto tra le associazioni? «Sarebbe utilissimo. Ma devo dire che noi, come Wwf, facciamo già nostra questa filosofia. Il Wwf non arriva mai a gestire un territorio se non c’è un interesse locale. La condizione essenziale è che vi sia una volontà in loco, perché deve crearsi una sinergia».

Quindi fate già rete… «Il Wwf in Abruzzo gestisce anche riserve naturali, come quella dei calanchi di Atri, e abbiamo centri di educazione ambientale. Queste strutture fanno già rete con altre realtà, che possono essere associazioni o piccole cooperative».

Quello di Atri è un caso molto riuscito anche in termini di radicamento. «La riserva dei calanchi di Atri è cresciuta di anno in anno. Ha catalizzato l’interesse della colettività e così alcune tematiche sono diventate proprie del territorio. Sono entrate a far parte del bagaglio di consapevolezze della colletività intera, e questo è un esempio di cosa vuol dire parlare seriamente di ambiente».

Simone Gambacorta