Delitto Masi: quindici anni di gelo

  - Di Redazione

L’avvocato Tribotti ricorda i coniugi uccisi a Nereto: «Quella violenza non apparteneva a Libero ed Emanuela»

NERETO – «…Qui nel girone invisibili Per un capriccio del cielo Viviamo come destini E tutti ne sentiamo il gelo…». Fabrizio De Andre’, Cose che dimentico. Un brano che fa vibrare il cuore, dolce e potente come solo i versi dell’inarrivabile cantautore genovese sanno essere. Una poesia che oggi “prendiamo in prestito” per ricordare due vite spezzate in modo violento, inspiegabile, ingiusto: quelle dell’avvocato Libero Masi e della moglie Emanuela Chelli.

Una coppia unita, uccisa in modo barbaro nella notte fra il 1° e il 2 giugno del 2005 nella villetta di famiglia a Nereto. Sono passati 15 anni da quell’omicidio che ad oggi non ha un “perché” e neppure un “chi”. Non un delitto perfetto. Più semplicemente, un delitto irrisolto. Fascicoli investigativi aperti e chiusi, per tre volte. Fino all’archiviazione del 2010. Gli autori dell’omicidio, avvenuto a colpi di machete, sono ignoti. Il movente anche. La vita della coppia è stata passata al setaccio, sotto ogni aspetto: personale, famigliare, professionale. Ma nulla. Neppure una macchia o un indizio che potesse aprire agli inquirenti dell’epoca le porte ad una solida pista investigativa.

Così, quella tragedia, è rimasta ferma nel tempo e «come canta Faber: “tutti ne sentiamo il gelo”…soprattutto perché quel fatto così carico di violenza non apparteneva e non appartiene alla vita di Libero ed Emanuela». Florindo Tribotti, avvocato del Foro di Teramo, cresciuto nello studio Masi, ricorda con profonda emozione il suo “maestro”. A lui e alla sua compagna pensa spesso. Anzi sempre perché sono parte integrante del suo vivere quotidiano.

Oggi, a distanza di 15 anni dal delitto, dedica loro le parole di De Andrè per descrivere il dolore e l’affetto che non mutano col tempo. Lo studio legale di Tribotti conserva la targa “Studio Masi”: «L’avvocato mi ha accolto che ero un ragazzo e per me è stato un incontro straordinario: io, figlio di operai, preso per mano da un uomo di così grande spessore culturale. Mi ha guidato in questa professione, e a lui devo tutto. Mi ha insegnato tanto, anche da un punto di vista umano. Con lui sono stati vent’anni di allegria, di vera accoglienza, di stimoli quotidiani, di curiosità e crescita», racconta l’avvocato Tribotti.Anni fianco a fianco, poi la tragedia. Inspiegabile, e ad oggi inspiegata. 

Avvocato che idea si è fatto di questo delitto?«Si è scavato tanto nella vita di Libero ed Emanuela, senza trovare nulla. Perché loro vivevano alla luce del sole. Quel fatto così atroce non apparteneva in alcun modo alla loro esistenza e non vi appartiene neppure oggi. Le strade seguite non hanno portato a nulla e forse la soluzione di questa tragedia è più semplice di quanto si creda».

Pensa che si possa arrivare, presto o tardi, a trovare responsabili e movente?«Qualcuno potrebbe alleggerirsi la coscienza. Noi, intendo io e i figli di Libero ed Emanuela, non abbiamo mai urlato, mai invocato a gran voce giustizia: il fatto tragico sta lì, resta lì…».

E cosa dice?«Ci dice che gli uomini sono fallibili, e questo delitto lo dimostra. Ci dice che la giustizia è fatta dagli uomini e le attività che si pongono in essere sono anch’esse dunque fallibili. Di questa fallibilità io e la famiglia Masi siamo consapevoli. La macchina della giustizia non è stata in grado di dare risposte e l’assenza di un responsabile e di una giustificazione a quanto accaduto amareggia perché non ci consente di vivere e ricordare Libero ed Emanuela come meritano».

L’avvocato Masi era un professionista di grandi doti e competenza giuridica. Ma che tipo di uomo era? «Era libero. Di nome e di fatto. Uno che combatteva soprattutto per i deboli e bisognosi. Sapeva dare speranza a chi ne aveva bisogno. Cecava risposte, non si stancava di studiare, conoscere, leggere. Aveva la luce dentro e invitava chi gli stava intorno a vivere nella luce. Aveva molti interessi ed una bellissima intelligenza».

L’avvocato Masi le ha lasciato un’eredità professionale ed umana grande…«Sì, un’eredità importante e pesante che ho cercato di rispettare e onorare in questi anni senza di lui. Lavoro nelle stesse stanze dove lavorava lui, fra i suoi libri, i suoi appunti…e questo mi aiuta ogni giorno a seguire e ricordare le sue parole. Mi ha insegnato molto: a non giudicare, perché è la cosa più facile e superficiale da fare; e a rispettare gli uomini e le loro fragilità».

Veronica Marcattili