Che strana questa neve che scende sul silenzio

  - Di Redazione

Una volta erano i fiocchi a farci stare in casa, oggi invece un virus. E così anche poter fare un pupazzo bianco diventa un sogno.TERAMO – Continua il nostro piccolo viaggio nei giorni del Coronavirus e la parola d’ordine di oggi è “nevica, virus ladro”, perché il Covid-19 ci toglie anche la libertà di prenderci a pallettate di neve l’uno con l’altro.  In verità la cosa divertiva i meno sagaci, ma adesso è un miracoletto da rimpiangere. È anche vero che di neve non è che ne sia caduta così tanta, ma quella venuta giù basta per suggestionarci e far venire in mente tutte le varie cosette non sempre intelligenti che “una volta” si potevano fare quando tutto si copriva di bianco. A cominciare appunto dal bersagliarsi a vicenda in strada, anche se adesso come adesso non è il caso di giocare con metafore pericolose che – per di più e per altro verso – non fanno altro che ricordarci quanto sia necessario portare avanti il distanziamento sociale e quindi stare a casa (chi può starci; ma a poterlo sono tantissimi). Comunque adesso la neve la si guarda a distanza e solo chi ha un giardino o uno spazio aperto tale da consentire ai fiocchi di posarsi in terra può allungare la mano e riassaporare il brivido della normalità smarrità. Dicono dall’Oms che la neve al Covid-19 praticamente non gli fa nulla e questo ha sedato le speranze di molti, perché l’idea che il manto bianco potesse in qualche modo bloccare o rallentare l’avanzata della pandemia s’era in qualche modo fatta strada nell’animo di molti (sul perché, vattelappesca, sarà una cosa inconscia o qualcosa di simile). A essere franchi non tutti gli scienziati e gli esperti  stanno dando in questi giorni una buona prova in termini di comunicazione. Non è in discussione la qualità della preparazione di chi interviene in televisione ovvero ovunque sia, ma spesso alla fine della fiera fra tutti quei numeri e tutte quelle percentuali chi ci capisce è bravo. Si sta facendo strada anche un’altra figura, tra gli esperti. Un po’ strana, un po’ ambigua, anche vagamente stronza. Perché se è vero che i numeri e le statistiche e gli andamenti vari non possono che essere letti a tempo debito e secondo criteri ignorati dai più, e se quindi è incontestabile che dinanzi a schiarite o soprassalti di speranza occorra tenere i piedi per terra e non indulgere a fallaci entusiasmi senza aver prima ascoltato chi ne capisce, è pure vero che ogni tanto s’incappa in esperti che sembra parlino non per allertare da ottimismi erronei, ma per stroncare sul nascere tutto quanto esuli da una visione irremovibilmente negativa della questione. Domanda: che per taluni l’obiettivo non sia quello di fornire a talaltri (noi) elementi utili per leggere la situazione (per quanto possibile e per come lecito), bensì quello di escludere ogni ragionevole spiraglio di sollievo? Per di più in questi giorni la gamma degli esperti si è diversificata secondo una tale moltitudine di possibilità da aver messo in crisi la nozione stessa di esperto. Si è arrivati anche ad ascoltare intervistati che a distanza di pochi giorni hanno affermato l’opposto di quanto sostenuto in precedenza, o che se non altro hanno dato questa impressione ai comuni ascoltatori. Ci sarà sicuramente un motivo, non c’è da dubitarne, ma nemmeno si può dubitare del fatto che il numero dei morti è gigantesco e la paura tanta e quindi o si è in grado di farsi capire oppure è meglio astenersi dall’intervenire e mettere da parte il nascisismo. Nel suo nuovo libro, Tralummescuro, Francesco Guccini racconta il passato del suo borgo, Pavana, e racconta anche cosa succedeva in quell’angolo d’Appennino una volta,  quando arrivava la neve (è una delle parti più belle di un libro a cui ci si appassiona). Guccini racconta quei giorni con l’impasto di italiano, dialetto e neologismi da cui nasce la lingua della memoria che fa scorre nel suo libro e che richiama nell’oggi un mondo di ieri attraverso una “ballata” malinconica e toccante. Ma le parti sulla neve, ora che la neve è arrivata anche qui, sono fra quelle che più coinvolgono. Con il suo «biancore assoluto», con il suo ovattare il mondo, quella neve segnava l’inizio di un tempo fermo che portava tutti a stare in casa e a sentirsi rassicurati da provviste, voci, legna, vicinanza e da quella piccola vertigine che scorre dentro quando da dietro una finestra si osserva un paesaggio familiare coperto di bianco. Ore belle, specie se vissute in campagna, fatte di lentezze antiche e nuove e silenzi: il silenzio della neve, direbbe Rocco Brindisi; ore – anche – capaci di farci dialogare in modo insolito e pieno con le nostre radici (tema gucciniano per antonomasia). Adesso invece il momento è un altro, diverso. In casa ci si sta già e da parecchio tempo, e il silenzio tutto intorno stavolta è arrivato prima della neve. Virus ladro. Simone Gambacorta