SE L’ACQUA È UN RISCHIO

  - Di Alessandro Misson

Sbagliano, continuano a sbagliare e hanno pure la possibilità di continuare a sbagliare ancora sulla pelle dei cittadini. Nella selva di istituzioni che dovrebbero garantire il diritto di bere acqua pulita è già scattata la caccia al colpevole, all’anello debole che nei giorni scorsi avrebbe commesso l’errore, determinando l’ennesima figuraccia per un allarme che non si sa ancora se giustificato o presunto. Ma che comunque c’è stato, mai così potente. Parallelamente è scattata la corsa alla dimostrazione del “dovere adempiuto”, alla presentazione della carta bollata che metta al riparo ogni anello della catena da eventuali responsabilità. Purtroppo per la magistratura, tra gli estremi del disastro ambientale e del procurato allarme non esiste ancora il reato di idiozia: altrimenti il sistema che dovrebbe garantire la sicurezza di non avvelenarsi aprendo un rubinetto sarebbe già condannato da anni. È dal 2002, con il caso dello sversamento di trimetilbenzene dai laboratori del Gran Sasso, che la provincia teramana fa i conti con l’insicurezza della risorsa idrica. È dal 2002 che per bere ci si chiede un atto di fiducia, evidentemente mal riposta. I rubinetti teramani dipendono al 60% dalla captazione delle acque del Gran Sasso, che avviene attraverso un’infrastruttura, il traforo, condivisa con un’autostrada ed un laboratorio di fisica nucleare. Il rischio di contaminare l’acqua è già emerso pubblicamente tre volte in 15 anni. Eppure poco o nulla è cambiato: il sistema era e resta fragile. E le istituzioni che dovrebbero garantirci la sicurezza di un bene vitale ancora una volta hanno fatto miseramente flop. Poco conta individuare se ci sia stata o meno una falla, perché è il sistema intero che fa acqua da tutte le parti. Ed è per colpa di questo sistema che bere l’acqua del rubinetto paradossalmente è diventato pericoloso.