Nessun cartello per turbare le aste, assolti i Porcinari

  - Di eli

Erano accusati di aver costituito un cartello d’imprese fittizie per aggiustare le aste ed aggiudicarsi con ogni mezzo, lecito ed illecito, i lavori pubblici in mezza provincia: Montorio, Roseto, Mosciano, Giulianova. Sia attraverso un grappolo di società intestate ai familiari; che in subappalto, attraverso un gruppo di costruttori romani collusi. Saturazione delle offerte, accordi sui ribassi, accordi nell’esecuzione dei lavori. Il tutto per escludere i concorrenti ed accaparrarsi più lavori possibile. Almeno secondo quanto sostenuto dalla denuncia di un noto costruttore teramano in una denuncia presentata nel 2007, e secondo le indagini dei Carabinieri e della Procura di Teramo.
Ieri pomeriggio però, la sentenza del collegio del Tribunale di Teramo ha smontato l’accusa nei confronti della famiglia Porcinari di Montorio al Vomano: il capostipite Giuseppe, il figlio ed attuale leader del gruppo Armando, ritenuti le menti; i parenti Graziano, Roberta e Santa; i dipendenti amministrativi ed esecutori di pratiche e lavori Concettina Di Feliciantonio, Gianluca Di Luciano e Francesco Dionisi; più la famiglia di costruttori romani di Artena, Andrea Di Corsi, Edwige Di Cori e la loro dipendente Valentina D’Alessio. I giudici Domenico Canosa, Ileana Ramundo ed il presidente Giovanni Spinosa hanno assolto gli undici imputati con formula piena (“perché il fatto non sussiste”) dall’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla turbata libertà degli incanti. Nei loro confronti il pm Davide Rosati, nel corso della requisitoria, aveva chiesto pene variabili dai 3 anni e nove mesi di carcere per i capifamiglia di Montorio e di Roma, sino ad un anno e nove mesi per i dipendenti delle società. La famiglia Porcinari, difesa dall’avvocato Lino Nisii (nella foto), è stata ritenuta estranea ai fatti contestati dall’accusa, così come i colleghi costruttori romani. Non è escluso che al momento del deposito delle motivazioni della sentenza, la Procura intenda promuovere appello nei confronti della sentenza di primo grado.