LA FORZA DELLA POLITICA

  - Di Alessandro Misson

Nessuna sorpresa dal voto delle amministrative di domenica. Chi si aspettava ribaltoni dopo la stagione del commissario Pizzi, nel leggere dati, analisi e scenari riportati in queste pagine, si farà un’idea che poco o nulla è destinato a cambiare rispetto all’evoluzione della politica cittadina. Se non che la politica interessa sempre meno i teramani. Il dato più importante è l’astensionismo: 15411 elettori, un terzo del totale, cioè un teramano su tre, cioè il primo partito in assoluto, non ha sentito l’esigenza di andare a votare. Nel 2014 gli astenuti erano invece uno su quattro. Il secondo dato che salta all’occhio è la frammentazione di cui non abbiamo fatto altro che parlare dal 2014 ad oggi: sette candidati sindaco, 17 liste, 522 candidati consiglieri comunali sono un’enormità. I candidati con zero voti si sprecano, così come a seconda dell’esito del ballottaggio, 6 o 7 liste resteranno fuori dal Consiglio comunale, dunque l’urna le consegnerà alla totale inutilità, se non fosse per la testimonianza di democrazia. Il terzo dato è che nonostante si continui a dire che i “vecchi partiti” non esistano più, chi è riuscito a mettere assieme più modelli-partito si trova in vantaggio: cioè Giandonato Morra. Se i Fratelli d’Italia gli hanno fatto da scia con un 7%, a resistere nonostante le difficoltà è proprio Paolo Gatti, che con due liste (l’una, Futuro In, civica organizzata come un partito, l’altra, FI, quanto di meno partitico sia mai esistito ma assemblata come un contenitore), porta a casa un pacchetto di quasi il 20% e resiste all’emorragia di tre grandi elettori come Romanelli, Lucantoni e Di Stefano. Senza considerare la novità Lega (6%), con ottimi posizionamenti di ex brucchiani e dissidenti e Oltre con il 5%. Dall’altra parte c’è Gianguido D’Alberto, lo sfidante di Morra, che dopo aver vinto la partita con il Pd vince anche quella con Cavallari, ma che per ribaltare la situazione in nome dell’alternanza e del rinnovamento, dovrà fare affidamento su tutta la capacità di mobilitazione possibile dell’elettorato. Con quattro “nemici” in più rispetto alla tornata di domenica: cioè Cavallari, Di Dalmazio, Covelli e Rocchetti. 

Potrebbe sembrare paradossale, ma nonostante tutti e quattro i candidati sindaci sconfitti abbiano impostato la loro campagna elettorale sul rinnovamento rispetto all’ex Modello Teramo, al ballottaggio avrebbero molta più convenienza se dovesse vincere Giandonato Morra. Cavallari e Di Dalmazio avrebbero un seggio in più; Rocchetti due se non tre; per Covelli invece potrebbe non scattare il seggio se vincesse D’Alberto. Ecco perché per il centrosinistra a trazione civica sarà molto più difficile trattare con gli sconfitti rispetto al centrodestra di Morra. Le poltrone, si sa, contano eccome. Altro che continuità o rinnovamento. Un altro dato che salta all’occhio è che in caso di vittoria di Giandonato Morra, in Consiglio comunale cambierebbero pochissimi volti: 12 consiglieri su 19 di maggioranza sarebbero ex consiglieri o ex assessori, che se a loro volta diventassero assessori, lascerebbero il posto ad altri volti noti della politica. In caso di vittoria di Gianguido D’Alberto, invece, in Consiglio comunale rientrerebbe l’intera truppa uscente del Pd (Melarangelo, Verna, Bartolini), sopravanzata da due consiglieri di area “mariana” eletti comunque vada. Grazie all’approdo di D’Alberto al ballottaggio – e qui bisognerebbe aprire un’altra parentesi paradossale, visto che un anno fa D’Alberto usciva dal Pd perché Mariani era intenzionato ad appoggiare Cavallari a sindaco – e a qualche pedina piazzata quà e là nelle altre liste, il capogruppo regionale del Pd (e commissario cittadino) ha probabilmente salvato la pelle dopo le lotte intestine che hanno agitato i Dem, comunque mai finiti così in basso in termini di voti. Le grandi incognite in vista del ballottaggio saranno Di Dalmazio e Cavallari, entrambi reduci da risultati personali tanto eccezionali quanto politicamente inutili: il primo ha provato a dare la spallata al centrodestra ma non gli è riuscita, posto che gli avversari indicati in campagna elettorale sono sempre lì con i loro voti; il secondo ha provato a dare la spallata al centrodestra e al centrosinistra, ma se avesse corso con D’Alberto oggi probabilmente avremmo raccontato un’altra storia a sinistra. Infine il Movimento, il partito più importante di Teramo, che però così non serve a niente: a Rocchetti farebbe comodo vincesse Morra, i movimentisti potrebbero però votare per la discontinuità contro Morra, ritrovandosi D’Alberto come sindaco. Un bel rebus, soprattutto se il tuo Movimento prende tanti voti, ma non è un partito. Una previsione? Comunque andrà il ballottaggio, avremo un Consiglio assai frammentato, con più o meno gli stessi rapporti di forza di prima, con i singoli tentati dalla dissidenza pur di strappare una posizione in più e un sindaco che dovrà armarsi di santa pazienza e mediazione. Non un bel punto di partenza, sia per Morra che per D’Alberto. 

Alessandro Misson