Col Covid fare la spesa costa di più

  - Di Redazione

In Abruzzo +2,4%. Impennata dei prezzi perla frutta. Pesche record: +40,8%. Stangata anche per lo smart working

TERAMO – Speculazioni su frutta, verdura e alimenti a lunga conservazione. Rincari anche sugli articoli di elettronica necessari per lavorare da casa. E’ il quadro che viene fuori dallo studio dell’Unione Nazionale Consumatori che ha elaborato gli ultimi dati Istat stilando la classifica dei prodotti che hanno subito maggiori aumenti di prezzo durante il mese di maggio e delle regioni italiane dove i rincari sono stati più significativi. Durante l’emergenza Covid19 ci sono stati prodotti ricercati di più dalle famiglie e proprio questi sono stati spesso oggetto di speculazione. Anche in Abruzzo fare la spesa alimentare col lockdown è costato di più: +2,4% nel mese di maggio.

LA SPESA IN ITALIA COL COVID19. I generi alimentari hanno subito forti aumenti, spesso ingiustificati. Il cibo, bene di necessità realmente acquistabile anche prima della riapertura generale dei negozi, ha subito rincari del 2,6%. Media italiana che porta ad una maggior spesa annua di 145 euro per famiglia, che sale a 175 per una coppia con un figlio e a 195 per una coppia con due figli. Come detto, però, anche gli articoli necessari per lo smart working hanno visto una impennata dei prezzi: a maggio i prezzi dei telefoni fissi si sono aumentati su base tendenziale dell’8,6% (+7,8% in un solo mese).

LA SPESA DEGLI ABRUZZESI. L’Unione Nazionale Consumatori ha elaborato una classifica delle regioni che hanno visto i maggiori aumenti di prezzi per generi alimentari (rincaro annuo di maggio): l’Abruzzo si trova a metà graduatoria, con un +2,4% , appena sotto alla media italiana che è del 2,6%. La regione che ha visto i maggiori aumenti è la Basilica col +3,9%, seguita da Umbria, Lazio e Calabria con +3,4%. Invece i minori rincari si sono avuti in Valle d’Aosta (+1,5%) ed Emilia Romagna: qui fare la spesa è costato “solo” lo 0,9% in più.

ALIMENTI A LUNGA CONSERVAZIONE. Tra i prodotti alimentari il record dei rialzi annui spetta ai prodotti sostituti di quelli freschi, ricercati durante l’emergenza Covid19 per la loro caratteristica di conservarsi più a lungo: salumi in confezione +6,7%, pesce surgelato e pane confezionato +4,5%. Aumenti significativi anche per detergenti e prodotti per la pulizia della casa: +4,2%.

LA FRUTTA. Rincari alle stelle per la frutta sia mensili che annuali. «In un solo mese i prezzi delle pesche salgono del 40,8%, quelli di altra frutta con nocciolo come albicocche e ciliegie del 28,3%. Rispetto allo scorso anno i frutti a bacca come fragole e frutti di bosco aumentano del 17,1%, pere del 16,1%, arance del 15,5%», si legge nella nota dell’Unione Nazionale Consumatori. Aumenti anche per chi ha bisogno di documenti e certificati amministrativi come carte d’identità, certificati anagrafici aumentati del 9,4% , per l’acquisto di piccoli apparecchi elettrici per la casa (ad es. centrifughe), +7,5% e infine per le spese bancarie (+4,5%),

SMART WORKING. Una sonora stangata l’hanno subita anche i lavoratori che hanno svolto la propria attività lavorativa da casa per via del Covid19. A subire una vera impennata sono stati i prezzi dei telefoni fissi (dell’8,6% rispetto allo stesso periodo del 20919 e del +7,8% in un solo mese) evidentemente insufficienti per tutta la famiglia. Per chi non era preparato allo smart working e ha dovuto acquistare la strumentazione tecnologica per poter lavorare, il costo di computer portatili, palmari e tablet è salito del 6,9% (+2,7% da aprile); aumenti per la cancelleria (evidenziatori, penne, cartucce a getto d’inchiostro) e toner per stampanti con +5,6% (+3,3% su mese). Prezzi in salita del 5,2% anche per la strumentazione necessaria per seguire webinar e webmeeting come le cuffie con microfono.

IL COMMENTO. «Le disparità così ampie tra una città e l’altra, da +6,4% a +0,2%, in alcuni anche all’interno della stessa regione, possono avere varie motivazioni, ma la spiegazione più probabile è che, approfittando della ridotta mobilità del consumatore e, quindi, della minore possibilità di scelta, molti esercizi hanno alzato i prezzi e questo è stato maggiormente possibile in quelle città dove c’è minore concorrenza e non ci sono abbastanza forme distributive. Laddove il consumatore, invece, ha più alternative, tra ipermercati, supermercati, discount, negozi di vicinato, mercati, i rialzi, mediamente, sono stati più contenuti. Non è un caso se l’Antitrust proprio sui prezzi alimentari ha aperto un’indagine preistruttoria», afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori.

Veronica Marcattili