«Il punto di forza sono le persone»

  - Di Redazione

Associazionismo e pandemia. Giammaria de Paulis dell’Unicef Teramo: «Sinergie per un valore aggiunto»

TERAMO – Proseguiamo il nostro viaggio nel mondo dell’associazionismo teramano con Giammaria de Paulis, dal 2018 presidente del Comitato Unicef di Teramo. «L’Unicef – spiega l’informatico – nasce nel 1946 per aiutare i bambini e i ragazzi europei colpiti dalla seconda guerra mondiale. È un’emanazione delle Nazioni Unite e opera in tutto il mondo». La sigla sta per United Nations Children’s Fund, ossia Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia. Il quartier generale dell’Unicef – che nel 1965 ha avuto il Premio Nobel per la pace – ha sede a New York. All’Unicef Italia fanno capo i diversi comitati regionali, che a loro volta racchiudono i comitati provinciali, come  quello di Teramo. Nel consiglio di amministrazione dell’Unicef internazionale  siedono invece trentasei Stati.

L’associazionismo che risposta può offrire per la ripartenza post pandemia?«L’associazionismo è sempre una risorsa fondamentale. Lo dice la parola stessa: si tratta di creare sinergie che permettano di realizzare sul territorio un lavoro capace di offrire un valore aggiunto. Da questo punto di vista, il fatto stesso che l’associazionismo sia fatto dalle persone è di per sé significativo. Ma non bisogna dimenticare nemmeno tutte le grandi possibilità offerte dalla capillarità. Però quello che è davvero importante è  lavorare concretamente e fattivamente misurandosi con problemi reali. La situazione post pandemica è difficile e non solo per gli effetti devastanti del coronavirus in sé, ma anche perchè ci mette di fronte a uno scenario che non  conosciamo. Questo vuol dire che dobbiamo studiare e che solo studiando possiamo trovare il modo per realizzare azioni che abbiano un senso. Il virus ci ha cambiati, oggi abbiamo parametri diversi. Dobbiamo studiare per capire come muoverci nel modo migliore». 

L’associazionismo teramano – visto nel suo complesso e non considerato solo in senso stretto – potrebbe esprimere una visione condivisa sulle modalità di ripartenza?«Sono sempre dell’idea che l’unione fa la forza. Ma se è vero che bisogna costruire sinergie per risolvere i problemi del territorio, è altrettanto vero che per risolvere i problemi del territorio occorre mettere insieme sensibilità diverse».

Nel concreto è un obiettivo possibile o un’utopia?«Quando si parla di sinergie si parla di condivisione, ma anche di scelte. Voglio dire che, quando ci si confronta con gli altri, bisogna avere anche l’umiltà per capire che l’idea di cui ci siamo fatti portatori o promotori, per quanto bella e importante, può rivelarsi, in un determinato frangente, meno utile di quella proposta dagli altri. In questi casi bisogna avere il buon senso di fare una retromarcia, mettere da parte quello che si è proposto e collaborare con gli altri affinché la soluzione ritenuta da tutti la migliore possa essere tradotta in realtà».

Lo chiedo all’informatico e al divulgatore televisivo: non è ora che le associazioni imparino a comunicare se stesse? «È essenziale che sappiano raccontarsi e che sappiano fare storytelling. Bisogna saper raccontare quello che si fa sul territorio e raccontarlo pienamente, non solo con i comunicati. Serve un’apertura diversa. Oggi raccontarsi è ancora più importante proprio perché viviamo nella società dell’informazione».

Come si fa a evitare che il rapporto con il territorio scada nel localismo?«La cosa più brutta è chiudersi in localismi aridi. Serve che il respiro sul territorio vada di pari passo con l’apertura a progettualità più ampie: il piccolo dà al grande e il grande dà al piccolo». 

Simone Gambacorta